
R. Daneel ascoltò educatamente.
Baley fece schioccare le dita, non troppo rumorosamente, e disse: «Jessie, ho fame».
Intervenne Daneel: «Infrangerei la buona creanza, signora Baley, se la chiamassi con il suo nome?».
«No, certo che no.» Jessie estrasse il tavolo dalla parete e collegò lo scaldavivande alla presa che si trovava nel mezzo. «Faccia pure e mi chiami Jessie… Daneel.» Sembrava euforica.
Baley, invece, era furioso. La situazione diventava sempre più seccante. Jessie pensava che R. Daneel fosse un uomo e avrebbe sparso la notizia nel Personale delle donne: era di bell’aspetto, nel suo modo legnoso, e Jessie era compiaciuta della sua deferenza. Questo era evidente.
Baley si domandò che impressione avesse fatto Jessie all’automa; in diciotto anni non era cambiata molto, non, almeno, agli occhi di Lije. Si era appesantita, certo, e la figura aveva perso gran parte del vigore giovanile; c’era qualche ruga agli angoli della bocca e le guance sembravano più pesanti, mentre i capelli — appena un po’ sbiaditi — erano pettinati in una foggia più tradizionale.
Ma tutto questo era assurdo, pensò Baley. Sui Mondi Esterni le donne erano alte, snelle e fiere come gli uomini. I librofilm le mostravano così, e R. Daneel doveva essere abituato a quello standard.
L’automa non sembrava colpito dalla conversazione di Jessie, dal suo aspetto o dal fatto che lo chiamasse per nome. Disse: «È sicura che facciamo bene? A usare quel nome, voglio dire. Jessie sembra un diminutivo, e forse è riservato ai suoi conoscenti più stretti. Se mi dice il nome completo…».
