
Ricordò allora come a scuola gli avessero insegnato qualcosa che poi la Miniera di Twenty Mile gli aveva dimostrato: e cioè che sotto la crosta della terra covava un calore terrificante. Il buco a forma di tavolo dei dadi doveva servire a incanalare quel calore, in modo che ogni giocatore che avesse fatto il Grande Tuffo sarebbe bruciato prima di aver percorso duecento metri e sarebbe uscito, ormai ridotto in cenere, in Cina.
Ma come se non bastasse quella mano coperta di vesciche, adesso i Grossi Funghi avevano ripreso tutti quanti a sibilare contro di lui, e Mister Bones, di nuovo paonazzo in volto, stava per aprire quella boccaccia grande quanto un melone per chiamare i suoi scagnozzi.
Ancora una volta però il Grande Giocatore alzò la mano salvando così Joe. Con voce suadente e delicata l’uomo disse: — Glielo dica, Mister Bones.
Quest’ultimo ringhiò, rivolto a Joe: — Nessun giocatore può raccogliere i dadi buttati da lui o da qualsiasi altro giocatore. Solo la ragazza addetta può farlo. È il regolamento della casa!
Joe fece appena un cenno d’assenso in direzione di Mister Bones e disse freddamente: — Punto un centesimo meno due — e quando quella misera puntatina fu coperta, lanciò Phoebe non per il punto ma dilungandosi in lanci di ogni genere, facendo uscire di tutto tranne il cinque o il sette, aspettando che il dolore alla mano sinistra svanisse e lui ritrovasse i nervi saldi. Non aveva riscontrato la minima alterazione nella potenza della sua mano destra; la sentiva forte come sempre, forse addirittura di più.
A metà di questo interludio, il Grande Giocatore fece un leggero inchino, ma rispettoso, all’indirizzo di Joe, sempre nascondendo quelle sue orbite imperscrutabili, prima di girarsi per prendere una lunga sigaretta nera dall’accompagnatrice più carina, ma anche dall’aria più perfida.
