Era caratteristica del maestro dei giochi d’azzardo mostrare la cortesia in ogni gesto, pensò Joe. Il Grande Giocatore aveva certo una corte di duri, anche se, mentre si apprestava a lanciare i dadi, Joe notò oziosamente un individuo all’estremità del gruppo che stonava. Un tipo rozzamente elegante con capelli scarmigliati, gli occhi fissi e le guance maculate dalla tbc, da poeta.

Mentre osservava il filo di fumo che saliva da sotto il cappello nero, Joe decise che o le luci dalla parte opposta del tavolo si erano abbassate o la carnagione del Grande Giocatore era più scura di quanto gli era dapprima sembrato. O forse, assurda fantasia, la pelle del Grande Giocatore si stava lentamente scurendo quella sera, come una pipa di schiuma fumata ad altissima velocità. Un pensiero quasi divertente. Effettivamente lì dentro faceva abbastanza caldo da scurire la semiolite, come Joe sapeva da tristi esperienze, ma da quanto poteva giudicare il calore sembrava stazionare tutto sotto il tavolo.

Pur con tutta la sua ammirazione nei confronti del Grande Giocatore, Joe non riusciva minimamente a sottovalutare l’enorme pericolo rappresentato dall’uomo in nero e dalla convinzione che toccarlo sarebbe equivalso a morire. E se ancora avesse nutrito qualche dubbio, l’agghiacciante episodio che seguì glielo avrebbe senz’altro tolto.

Il Grande Giocatore aveva appena agguantato la sua partner più carina e più perfida, facendole scorrere un’aristocratica mano sul fianco con un gesto da gentiluomo, quando il poeta, con gli occhi verdi per la gelosia e l’amore, si lanciò in avanti come una belva, vibrando un lungo pugnale lucente verso la schiena rivestita di satin nero.

Joe non riuscì a capire come il colpo potesse aver mancato il bersaglio, ma il Grande Giocatore, senza togliere la sua aristocratica mano dal lussureggiante posteriore della ragazza, fece saettare il braccio sinistro come una molla non più trattenuta.



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