
Joe immediatamente andò fuori gioco tirando un doppio sei, rallegrandosi di vedere i due teschietti migliori sogghignanti l’uno di fianco all’altro, coi rubini per denti, e i dadi passarono al Grosso Fungo di sinistra.
Un altro Grosso Fungo borbottò ammirato, anche se con riluttanza: — Ha capito quando la serie fortunata è finita.
Le puntate non si alzarono di molto; nessuno era veramente accanito e il gioco fece rapidamente il giro del tavolo. — Una pinna. Dieci dollari. Un Andrew Jackson. Trenta dollari. — Joe, che stavolta copriva una puntata più spesso vincendo che perdendo, accumulò settemila dollari, soldi veri, prima che i dadi arrivassero al Grande Giocatore.
L’uomo tenne i dadi per un lungo istante sul palmo della sua mano ferma e bianca, fissandoli assorto, ma sulla sua fronte quasi bruna, su cui non si era mai vista una stilla di sudore, non era visibile la minima increspatura. Poi mormorò: — Punto un doppio dieci — e dopo che la sua scommessa fu accolta, chiuse le dita, scosse leggermene i dadi, che risuonarono come i semi di una zucca semidisseccata, e li buttò con noncuranza verso l’estremità del tavolo.
Mai Joe aveva visto prima d’allora un lancio simile a un tavolo da gioco; i dadi schizzarono in aria, senza roteare, urtarono esattamente il punto d’unione tra la sponda e il feltro nero e lì si fermarono di botto: un sette naturale.
Joe ne fu nettamente deluso, perché per ognuno dei suoi lanci era solito calcolare uno schema preciso, per esempio: “lanciare il tre verso l’alto, il cinque a nord; due giravolte e mezza in aria, urtare con l’angolo del sei-cinque-tre, un giro di tre quarti, con torsione a destra di un quarto, colpire l’estremità con lo spigolo uno-due, mezzo giro a rovescio e torsione a sinistra di tre quarti, ricadere sulla faccia del cinque, doppia rotazione e uscita del due” e questo valeva solo per uno dei dadi, e in realtà si trattava di un lancio del tutto normale senza particolari rimbalzi.
