
Joe aspettò a lungo per vedere se qualche giocatore criticasse i lanci del Grande Giocatore, ma nessuno lo fece, e si rese conto che, nonostante i suoi sforzi per apparire imperturbabile, la sua faccia stava lentamente imporporandosi.
Mentre la ragazza si chinava per raccogliere i dadi, il Grande Giocatore la bloccò sollevando leggermente la mano sinistra, mentre i suoi occhi, simili a profonde pozze nere, fissavano Joe che si costrinse a sostenere quello sguardo senza deflettere. E poi, mentre si chiedeva perché non riuscisse a cogliere il minimo bagliore in essi, provò improvvisamente un terribile sospetto.
Con la più grande civiltà e in tono estremamente amabile, il Grande Giocatore sussurrò: — Credo che quel bravissimo acrobata di fronte a me nutra dubbi sulla validità del mio ultimo lancio, anche se è troppo gentiluomo per commentare. Lottie, il test della carta.
La ragazza dei dadi, esile fantasma d’avorio, prese una carta da gioco di sotto il tavolo e, facendo balenare velenosamente i suoi bianchi dentini, la fece volteggiare al di sopra del tavolo in direzione di Joe. Questi la prese e la esaminò un attimo. Era la più sottile, lucida e rigida e lucente carta da gioco che Joe avesse mai visto: un jolly, se pur questo voleva dire qualcosa. Joe la rifece volteggiare pigramente in mano alla ragazza e questa la fece scivolare con estrema delicatezza lungo la sponda contro la quale si trovavano i due dadi, attirata in basso dal suo stesso peso. La carta si arrestò nel minuscolo incavo che i loro spigoli arrotondati formavano contro il nero feltro. La ragazza la spostò delicatamente, senza forzare, per dimostrare che in ogni punto non c’era spazio tra i dadi e l’estremità del tavolo. — Soddisfatto? — chiese il Grande Giocatore, Joe annuì con riluttanza, mentre il Grande Giocatore si inchinava. La ragazza atteggiò le sottili labbra a un sorriso ironico e si raddrizzò puntando i pomellini di ceramica dei seni contro Joe.
