Anche la Moglie di Joe l’aveva capito, anzi forse da prima, e gli sorrise a occhi socchiusi, eretta davanti al forno centrale. E prima che la donna chiudesse lo sportello, Joe riuscì a intravedere due sfilatini piatti e una pagnottella più alta che cuocevano. Nella sua vestaglia violacea, la donna sembrava il simbolo della morte e di tutte le malattie. Senza guardare allungò un lunghissimo braccio scheletrico verso la più vicina bottiglia di gin, ne ingollò un robusto sorso e sorrise di nuovo. Così, senza che avesse parlato, Joe intuì quel che gli aveva detto: “Tu adesso esci e vai a giocare, ti ubriacherai e scoperai una troia. Poi quando tornerai a casa mi riempirai di botte e finirai in prigione”. E d’improvviso lui rivisse la scena dell’ultima volta, quando si era trovato in una rozza cella buia e lei era venuta sotto il chiaro di una luna che le faceva risaltare i bernoccoli verdi e gialli del cranio allungato, dove lui l’aveva colpita, per confabulare con lui attraverso la finestra e passargli tra le sbarre un quarto di gin.

Anche questa volta sarebbe finita così, o forse anche peggio, Joe ne era sicuro, ma si alzò lo stesso con le tasche appesantite che mandavano un suono metallico e strascicò i piedi in direzione della porta, biascicando: — Vado a far rotolare le ossa. Faccio un tratto di strada e torno subito. — E per dare una nota scherzosa a quanto aveva detto, fece oscillare le braccia dai gomiti ossuti, simili a pale di mulino.

Uscendo, tenne per un istante la porta socchiusa, poi la chiuse, in preda a una profonda tristezza.



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