Tempo addietro, Mister Guts sarebbe sfrecciato dietro di lui per attaccar briga e dare la caccia alle femmine su tetti e steccati, ma adesso quel vecchio gattone preferiva starsene a casa a ronfare accanto al fuoco, cercando di sgraffignare un po’ di tacchino e di evitare i colpi di ramazza e civettando con le due donne condannate a stare lì dentro. Dietro Joe si sentirono solo gli ansiti e i masticamenti di sua Madre, il rumore della bottiglia di gin rimessa sulla mensola e il gemito dell’impiantito di legno sotto i suoi passi.

Le stelle gelide illuminavano a stento una notte buia. Alcune di esse sembravano muoversi, simili agli ugelli incandescenti di astronavi. In basso, tutta quanta la città di Ironmine sembrava aver spento le luci ed essersi messa a dormire, abbandonando strade e piazzuole a brezze notturne e fantasmi, parimenti invisibili. Ma Joe si trovava ancora nella zona che conservava l’acre odore di muffa del legno divorato dai vermi e, mentre camminava tra l’erba secca del prato che gli accarezzava i polpacci, sentì per chissà quale istinto atavico che tutto era programmato e lui, la casa, sua Moglie, sua Madre e Mister Guts sarebbero finiti insieme. Era già un miracolo se il calore della cucina non aveva incendiato completamente la casa come uno zolfanello.

Curvo, si avviò non sulla strada asfaltata, ma sui sentieri in terra battuta che costeggiavano il cimitero di Cypress Hollow, in direzione di Night Town.

L’aria notturna era dolce, ma stasera era insolitamente inquieta e capricciosa, come un ballo di folletti. Oltre la staccionata del cimitero, dipinta di bianco e sbilenca, quasi sfocata nel chiarore stellare, la brezza carezzava gli alberi macilenti del cimitero che sembravano agitare le barbe di muschio. Joe avvertì che i fantasmi erano anch’essi irrequieti, non sapendo bene dove andare o chi potevano impaurire o indecisi se prendersi una notte di riposo, muovendosi senza meta in derelitta e malfamata compagnia.



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