Con chi era andato a mettersi a giocare quella sera? continuava a chiedersi Joe. Curiosità e timore lo attanagliavano, una curiosità terrificante, forte quanto il suo desiderio di afferrare i dadi e vincere. I capelli gli si drizzarono sulla testa e sentì di avere la pelle d’oca in tutto il corpo, anche se la forza continuava ancora a pulsare nella sua mano come una locomotiva frenata o un razzo sul punto di staccarsi dalla rampa di lancio.

Nello stesso tempo il Grande Giocatore rimaneva all’altezza della sua immagine… un’immagine di raffinata eleganza in nero, dalla giacca di satin al cappello floscio, gentiluomo cordiale, mortale. Anzi, il lato peggiore della situazione in cui si trovava Joe era che, dopo aver ammirato per tutta notte lo spirito sportivo del Grande Giocatore, doveva ora ridimensionarlo dopo quei lanci meccanici e cercare di sorprenderlo su qualche dettaglio tecnico.

I Grossi Funghi continuavano a cadere senza sosta; i posti vuoti si erano ormai fatti più numerosi dei Boleti e alla fine, di questi ultimi ne rimasero solo tre.

Il Boneyard si era ammutolito come Cypress Hollow o la Luna. Niente più musica, né risatine allegre né stropiccio di piedi, né gridolini di ragazze infreddolite né tintinnio di bicchieri o di monete. Tutti sembravano essersi raccolti al gran completo attorno al Tavolo Numero Uno.

Stress, ribellione, disprezzo, speranze inconcepibili, curiosità e paura sconvolgevano Joe. Specialmente le ultime due.

La carnagione del Grande Giocatore, da quanto si riusciva a vedere, si faceva sempre più scura. Per un folle istante Joe si chiese se per caso non fosse finito a giocare con un negro, magari uno stregone pieno zeppo di stregoneria a cui stava venendo via la pittura bianca del trucco.

Infine ci fu la puntata del secolo, ma i due Grossi Funghi superstiti non riuscirono a coprirla, così Joe si trovò a dover decidere se puntare qualcosa della sua modesta montagnola o uscire dal gioco. Dopo attimi di tormento interiore, puntò.



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