E perse il decione.

I due Grossi Funghi si ritirarono barcollando tra la folla silenziosa.

Occhi neri come caverne trafissero Joe. Un sussurro: — Punto l’equivalente del suo mucchio.

Joe sentì montare dentro di sé il vergognoso impulso di dichiararsi battuto e correre a casa. Se non altro, i seimila dollari superstiti avrebbero fatto colpo sulla Moglie e la Mamma.

Ma non avrebbe tollerato lo scherno della folla né il pensiero di vivere sapendo di aver avuto un’ultima possibilità, per quanto esile, di sfidare il Grande Giocatore, e di avervi rinunciato.

Così fece cenno di sì.

Il Grande Giocatore lanciò. Joe si allungò sul tavolo, immemore della vertigine, seguendo il lancio con occhi di rapace o di telescopio spaziale.

— Soddisfatto?

Joe sapeva che avrebbe dovuto confermare e uscire orgogliosamente con la testa più alta che poteva, come si addice a un gentiluomo, ma poi si ricordò di non essere affatto tale, ma solo un minatore sporco e artritico con l’unico talento di fare lanci di precisione.

Sapeva anche che era probabilmente pericoloso per lui dire qualsiasi altra cosa che non fosse un “sì”, perché era circondato da nemici e sconosciuti, ma poi si chiese che diritto avesse lui, miserabile mortale d’un fallito pronto a correre a casa, per pensare ai pericoli.

E poi, uno dei dadi dal teschio sogghignante di rubini appariva solo di una frazione di micron disallineato rispetto all’altro.

Per Joe fu il più grande sforzo di tutta la vita, ma deglutì e alla fine riuscì a dire: — No. Lottie, la prova della carta.

La ragazza dei dadi quasi ringhiò e si piegò all’indietro come se volesse sputargli in un occhio, uno sputo che doveva contenere veleno di cobra, ma il Grande Giocatore la rimproverò con un semplice gesto del dito e la ragazza fece volteggiare la carta verso Joe, ma lanciandogliela così radente e in modo così cattivo che quella scomparve per un istante sotto il feltro nero prima di finire in mano a Joe.



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