
Allora balzò in piedi come un fulmine per afferrare le piramidi di fiches del Grande Giocatore. Aveva tempo solo per agguantarne una manata e non riuscendo a vedere né argento né oro né fiches nere, si riempì la tasca sinistra dei pantaloni di una manata di fiches pallide. Poi fuggì.
All’istante l’intera marmaglia del Boneyard lo assalì, tra un balenare di denti, coltelli e tirapugni. Fu colpito da calci, pugni, straziato da unghiate, sgambettato e calpestato da tacchi a spillo. Una tromba dorata, dietro cui stava una faccia nera dagli occhi iniettati di sangue, lo colpì alla testa. Quando intravide per un attimo il biancore della ragazza del cambio dell’oro fece per afferrarla, ma lei gli sfuggì. Qualcuno tentò di spegnergli un sigaro in un occhio, mentre Lottie si dibatteva come un boa constrictor e per poco non lo straziava con un paio di forbici dopo averlo afferrato per la gola. Flossie, soffiando come una furia, gli tirò in viso il contenuto di una bottiglietta che sapeva d’acido, ma senza colpirlo. Mister Bones tempestò di colpi tutt’attorno a lui con il revolver d’argento del Grande Giocatore. Joe fu aggredito a pugnalate, preso a pugni, a ginocchiate, a calci, morsicato, stritolato, graffiato, battuto e calpestato.
Ma, stranamente, né percosse, né calci né pugni avevano in realtà molta forza. Era come battersi contro una turba di fantasmi. Tutta la popolazione del Boneyard nel suo complesso sembrava solo poco più forte di lui. Alla fine Joe si sentì sollevare da una moltitudine di mani e scaraventare fuori dalle porte mobili, per finire con un tonfo sul marciapiede di legno. Neanche quella caduta gli fece molto male. Anzi, era quasi un gesto di incoraggiamento.
