
“Ora sì che vado a far rotolare le ossa” pensò.
Con manate disinvolte si spolverò la tuta di lavoro azzurro verde e fece tintinnare le tasche, poi, raddrizzandosi, increspò le labbra ed entrò di furia, sbattendo una manata contro i battenti come se colpisse un nemico.
Il locale all’interno sembrava una città, tanto era grande, e il bancone del bar era lungo quanto un tratto di ferrovia. Pozze rotonde di luce sui verdi tavoli da poker si alternavano a clessidre di affascinante oscurità attraverso cui le ragazze servivano bevande e cambiavano soldi, simili a streghe dalle bianche gambe. Come clessidre bianche, le ballerine che eseguivano la danza del ventre si agitavano vicino al palco dell’orchestra. I giocatori si ammassavano come funghi, ricurvi, fitti fitti, calvi per la sofferenza interiore nell’attesa che uscisse una carta o un numero di dado o che una pallina d’avorio si bloccasse su una casella. Le Donne Scarlatte erano campi di euforbia.
I croupier gridavano e le carte distribuite schioccavano con un sottofondo sommesso, ma pulsante, come i tamburi del jazz. Il pulviscolo danzava nei coni di luce e ogni atomo del locale sussultava in modo incontrollato.
Joe si sentiva sempre più in preda all’eccitazione e si abbandonò a quella sensazione simile a una brezza che annuncia la tempesta, un debolissimo alito di sicurezza che rischia di diventare bufera. La casa, la Moglie e la Madre, tutto gli uscì dalla mente; Mister Guts era solo un cucciolo di gatto folle, che si aggirava con gambe rigide al limite della sua coscienza. Anche i muscoli delle gambe di Joe fremettero, per partecipazione, e divennero agili e forti.
La mano si allungò, come se non facesse parte del suo corpo e afferrò al volo un bicchiere da un vassoio in movimento, mentre lui osservava cauto e freddo il locale.
