
Perché erano gli occhi la sua caratteristica che più imponeva timore. Tutti i grandi giocatori d’azzardo hanno occhi profondi e incassati, orlati di nero, ma i suoi erano così infossati che non si riusciva neppure a coglierne il baluginio. Erano enormi buchi neri, insondabili e imperscrutabili.
Joe ne era atterrito, ma non deluso, anzi esultava perché i suoi primi sospetti erano stati completamente confermati e la speranza si schiudeva come una rosa.
Quello era forse uno dei più grandi giocatori d’azzardo mai capitato a Ironmine da un decennio, uno di quelli che arrivavano dalla Grande Città a bordo di battelli fluviali che attraversavano la tenebra acquorea come sgargianti comete, lasciandosi dietro lunghe e spesse code scintillanti che partivano da fumaioli alti come sequoie, la cui chioma era formata da lastre di ferro curvilinee. O astronavi d’argento con decine di ugelli di fuoco e oblò scintillanti come eserciti di asteroidi dai ranghi ben serrati.
In effetti, forse, alcuni dei grandi giocatori venivano da altri pianeti, dove la vita notturna era più vivace e il divertimento un delirio di piacere e di rischio.
Sì, era proprio quello il tipo di uomo contro cui Joe aveva sempre desiderato misurare la propria abilità; sentì la forza che gli formicolava appena appena nelle dita simili a pietra.
Joe abbassò lo sguardo sul tavolo dei dadi, largo quasi quanto è alto un uomo, lungo almeno il doppio, insolitamente profondo e rivestito di feltro nero, non verde, così da sembrare piuttosto la bara di un gigante.
