
Poi i dadi, che intanto erano passati al Grosso Fungo alla sua destra, si arrestarono verso il centro del tavolo e contraddissero e cancellarono la visione di Joe. Subito dopo lo colpì un’altra stranezza. I dadi d’avorio erano grossi e insolitamente smussati agli angoli con puntini scarlatti che brillavano come rubini, ma i puntini erano disposti in modo che ogni faccia sembrasse un cranio in miniatura. Il sette appena lanciato, che aveva fatto perdere al Grosso Fungo il proprio punto, che era un dieci, consisteva in un due con i puntini spaziati verso un lato e disposti come occhi, invece di trovarsi ad angoli opposti, e di un cinque con gli stessi occhi sanguigni ma con un naso al centro e di sotto due punti ravvicinati che segnavano la dentiera.
Il lungo braccio scarno della ragazza dei dadi, inguainato di bianco, serpeggiò come un cobra albino per raccogliere i dadi, spingendoli verso il bordo del tavolo proprio davanti a Joe. Questi sospirò, prese una fiche e fece per deporla accanto ai dadi, poi si rese conto che non era così che si procedeva in quel luogo e la rimise al suo posto. Gli sarebbe però piaciuto esaminare con maggiore attenzione quella fiche. Era infatti curiosamente leggera e brunastra, all’incirca color del caffellatte e sulla sua superficie c*era inciso un simbolo invisibile, che però era in grado di sentire al tasto. Non sapeva di che simbolo si trattasse, per capirlo avrebbe dovuto tastarla meglio, tuttavia quel contatto gli aveva giovato, perché aveva richiamato in pieno la forza nella mano pronta al lancio.
