
Avluela s’inginocchiò a lato della strada, le nocche puntate a terra, il capo ripiegato tra le ginocchia, e pronunciò le parole segrete che pronunciano gli Alati. Mi voltava le spalle. A un tratto, le sue ali impalpabili presero a battere piene di vita e si spiegarono, avvolgendola come in un mantello sferzato dalla brezza. Non ero mai riuscito a capire come potessero, ali simili, sollevare una forma pur tanto leggera. Non erano ali di falco, ma di farfalla, venate e trasparenti, segnate qua e là da macchie di pigmento color ebano, turchese o scarlatto; un legamento robusto le fissava a due muscoli sotto le scapole. E poi, Avluela non aveva lo sterno carenato e i grossi fasci muscolari caratteristici di tutti i volatori. Oh, lo so che gli Alati non si servono soltanto dei muscoli, per innalzarsi, e che nel loro mistero sono adombrate discipline mistiche. Tuttavia, io, che ero delle Vedette, ero sempre un po’ scettico di fronte alle Corporazioni più fantastiche della mia.
Avluela terminò la sua invocazione. Si alzò, prese brezza e si sollevò di parecchi centimetri, restando sospesa fra cielo e terra, mentre le ali battevano frenetiche. Non era ancora buio, e quelle di Avluela erano solo ali della notte. Di giorno non avrebbe potuto volare, perché la terribile pressione del vento solare l’avrebbe gettata a terra. Ora, tra il crepuscolo e le tenebre, non era ancora il momento migliore per innalzarsi. Negli ultimi bagliori di luce, la vidi puntare verso est. Anche le sue braccia battevano, come ali. Il visetto affilato era serio e contratto per lo sforzo della concentrazione, e le labbra sottili mormoravano le parole della sua Corporazione. Il suo corpo si piegò, poi si raddrizzò di scatto: si trovò sospesa orizzontalmente, la faccia volta verso terra e le ali che battevano contro il cielo. Su, Avluela! Su!
E in breve fu su, conquistando con la sola forza di volontà quell’ultimo vestigio di luce che ancora brillava.
