
Lei mi si avvicinò, carezzò la stoffa ruvida della mia manica e mi si strofinò addosso, come una gattina in amore. Le sue ali si spiegarono come due lembi di tulle finissimo, attraverso cui potevo vedere il tramonto e le luci della sera, soffuse, distorte, come per magia. Percepii la fragranza dei suoi capelli color della notte, la cinsi col braccio e strinsi a me il suo corpo snello, da adolescente.
— Lo sai che io desidero restare con te, per sempre — disse lei. — Per sempre!
— Sì, Avluela.
— Saremo felici a Roum?
— Saremo felici — dissi, e la lasciai.
— Entriamo subito nella città?
— Meglio aspettare Gormon — dissi. — Sarà presto di ritorno dalla sua esplorazione. — Non volevo confessarle la mia stanchezza. Era soltanto una bambina di diciassette estati: che ne sapeva, lei, della stanchezza e dell’età? E io ero vecchio: non come Roum, ma vecchio la mia parte.
— Mentre aspettiamo — domandò Avluela — posso volare?
— Sì, vola.
Mi accoccolai accanto al mio carrello e riscaldai le mani contro il generatore pulsante, mentre Avluela si preparava a volare. Prima di tutto si liberò degli indumenti, perché le sue ali erano deboli e non potevano sopportare tutta quella zavorra. Agilmente, senza far rumore, si sfilò le scarpette leggere che aveva ai piedi, sgusciò fuori dalla giubba purpurea e dai soffici gambali di pelliccia. La luce morente, a ovest, avvolse la sua figuretta snella. Come tutti gli Alati, lei non aveva tessuto corporeo superfluo: i seni erano appena accennati, le natiche piatte, le cosce tanto sottili da lasciare uno spazio di vari centimetri tra l’una e l’altra, quando stava ritta a piedi uniti. Chissà se pesava più di quaranta chili? Ne dubito. Guardandola, mi sentii come al solito ingombrante e legato alla terra: un essere fatto di vile carne. Eppure, neanch’io sono corpulento.
