
Avevo appena oltrepassato la soglia per entrare nella prima fase della Vigilanza, quando una voce risuonò alle mie spalle: — Olà, Vedetta, come va?
Mi piegai contro il carrello. Si prova una pena fisica a essere strappati così bruscamente al proprio lavoro. Per un attimo, mi sentii il cuore come dilaniato da invisibili artigli. La mia faccia divenne di fiamma; gli occhi non riuscivano a mettere a fuoco gli oggetti; la saliva mi si asciugò in gola. Appena possibile, presi misure protettive per ridurre quel salasso metabolico e mi staccai dagli strumenti. Cercando di nascondere il tremito, mi voltai. Gormon, il terzo componente della nostra piccola comitiva, era tornato e se ne stava sfrontatamente accanto a me. Rideva, divertito dal mio sgomento, ma non potevo infuriarmi contro di lui. Non si può mostrarsi incolleriti verso una persona senza Corporazione, qualunque sia la sua colpa.
A denti stretti, con grande sforzo, dissi: — Avete speso bene il vostro tempo?
— Benissimo. Dov’è Avluela?
Indicai il cielo. Gormon annuì.
— Che cosa avete scoperto? — gli domandai.
— Che questa città è senz’altro Roum.
— Non c’è mai stato dubbio che lo fosse.
— Per me, sì. Ma ora ho le prove.
— Davvero?
— Nella mia ipertasca. Guardate.
Dalle pieghe della tunica estrasse l’ipertasca, e, posatala sul terreno accanto a me, ne sciolse l’estremità e ci infilò una mano. Brontolando, cominciò a trarne fuori qualcosa di pesante, di pietra bianca: una lunga colonnina di marmo, scanalata, butterata dal tempo.
