— Viene da un tempio di Roum imperiale! — disse trionfante.

— Non dovevate prenderla.

— Aspettate! — gridò lui. E infilò di nuovo la mano nell’ipertasca. Ne tolse una manciata di placche di metallo, circolari, e le sparse tintinnanti ai miei piedi. — Monete! Denaro! Guardate, Vedetta. La faccia dei Cesari!

— Di chi?

— Di antichi governanti. Non conoscete la storia dei Cicli passati?

Lo guardai incuriosito. — Dite di non appartenere a nessuna Corporazione, Gormon. Non sarete mica un Ricordatore che cerca di nascondermi la sua identità?

— Guardatemi bene in faccia, Vedetta. Potrei appartenere a una qualsiasi Corporazione? Potrebbe, un Diverso?

— È vero — dissi osservando la sua pelle spessa e dorata, gli occhi dalle pupille rosse, la bocca tagliuzzata. Gormon era stato svezzato con farmaci teratogeni. Era un mostro, bello, nel suo genere, ma sempre un mostro: un Diverso, escluso dalle leggi e dalle abitudini dell’uomo nel Terzo Ciclo di civiltà. E non esiste una Corporazione di Diversi.

— C’è dell’altro — disse Gormon. Le ipertasche hanno una capacità inesauribile: all’occorrenza, un mondo intero avrebbe trovato posto nella sua sacca grinzosa, color grigio gabbiano, senza alterarne le modeste dimensioni. Gormon ne tolse pezzi di macchinari, bobine di lettura, un oggetto angolare di metallo bruno, che doveva essere un utensile antico, tre quadrati di vetro scintillante, cinque strisce di carta, sì, proprio di carta!, e una moltitudine di altre reliquie del passato. — Vedete? Passeggiata fruttuosa, no? — disse. — E non un bottino raccolto a caso. Ogni pezzo è registrato, etichettato: strato, età presumibile, posizione in situ. Qui ci sono diecimila anni di Roum.

— Ma potevate appropriarvi di queste cose? — domandai, dubbioso.

— E perché no? Chi ne sentirà la mancanza? Chi si preoccupa ancora del passato in questo ciclo?



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