Tornai lentamente verso la mia attrezzatura.

Lui, fingendo di accorgersene soltanto allora, disse: — Ho interrotto la vostra Vigilanza, Vedetta?

— Sì — risposi mitemente.

— Scusatemi. E ricominciate. Vi lascerò in pace. — E mi scoccò un sorriso così affascinante, con quella sua bocca asimmetrica, che dimenticai l’arroganza delle sue parole.

Toccai le manopole, stabilii i vari contatti, controllai i quadranti. Ma non entrai nello stato di Vigilanza piena, perché sentivo la presenza di Gormon e temevo che mi strappasse di nuovo alla concentrazione in un momento delicato, nonostante la sua promessa. Infine, distolsi gli occhi dagli apparecchi. Gormon stava ritto in fondo alla strada, il collo teso nello sforzo di avvistare Avluela. Nello stesso istante in cui mi voltai, si accorse di me.

— Qualcosa che non va, Vedetta?

— No. Ma non è il momento propizio per il mio lavoro. Aspetterò.

— Ditemi — domandò lui — quando i nemici della Terra verranno per davvero dalle stelle, le vostre macchine ve lo faranno sapere?

— Spero di sì.

— E allora?

— Avvertirò i Difensori.

— E poi, la vostra missione sarà terminata? Non avrete più niente da fare?

— Forse.

— Ma, allora, perché creare un’intera Corporazione di Vedette e non un centro principale, dove si tenga la Vigilanza? Perché un gruppo di Vedette nomadi che vagano senza sosta da un luogo all’altro?

— Più sono i vettori della ricerca, più probabilità esistono che ci si accorga in tempo dell’invasione.

— Ma in questo modo potrebbe succedere che una singola Vedetta, isolata dalle altre, metta in funzione le sue macchine e non trovi niente, mentre invece l’invasore potrebbe già essere sbarcato…

— Potrebbe succedere; per questo, a ogni turno di Vigilanza, le Vedette sono più di una.

— Secondo me, siete esagerati — rise Gormon. — Credete davvero nella possibilità di un’invasione?



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