In simili occasioni tutti la vedevano, e ammiravano sia lei sia Cavil per il loro coraggio e la fede che dimostravano a fronte di tante avversità. Ma l’ammirazione dei vicini era di poca consolazione per Cavil, quando contemplava le rovine dei suoi sogni. Tutto ciò per cui aveva pregato… Era come se il Signore ne avesse fatto l’elenco su un foglio di carta, e poi avesse scritto «no, no, no» a margine di ogni voce.

Quelle delusioni avrebbero forse amareggiato un uomo di minor fede. Ma Cavil era un uomo giusto e timorato di Dio, e ogni volta che gli capitava di pensare che il Signore potesse trattarlo ingiustamente, smetteva di fare qualsiasi cosa stesse facendo, tirava fuori di tasca un piccolo salterio, e recitava le parole del saggio:

In Te, o Signore, ripongo la mia fede; porgimi il Tuo orecchio, sii la mia rocca incrollabile.

Nel pronunciare quelle parole si concentrava strenuamente, e dubbi e risentimenti scomparivano come neve al sole. Il Signore era con Cavil Planter, anche nelle sue tribolazioni.

Fino al mattino in cui, leggendo la Genesi, giunse ai primi due versetti del capitolo 16.


Sara, moglie di Abramo, non poteva aver figli, ma aveva una serva egiziana di nome Agar. Ora, Sara disse ad Abramo: «Vedi, il Signore mi ha impedito di dare alla luce dei figli; va’, ti prego, dalla mia serva; forse potrò aver prole da lei».


E in quel momento gli attraversò la mente un pensiero. Abramo era un uomo giusto, e anch’io lo sono. La sposa di Abramo non poteva dargli dei figli, e nemmeno dalla mia posso sperarlo. Nella loro casa vi era una schiava africana, e ve ne sono anche nella mia. Perché non potrei fare come Abramo, e avere dei figli da una di queste donne?



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