Cavil restò a guardarla come paralizzato. Quella che in camera di sua moglie era stata solo una fuggevole tentazione, adesso divenne un silenzioso parossismo di desiderio. Non aveva mai visto niente di più aggraziato di quelle cosce di un nero bluastro che si strofinavano una contro l’altra, non meno invitanti del brivido che la percorreva mentre l’acqua le ruscellava sul corpo.

Era forse questa la risposta alla sua invocazione? Il Signore gli stava forse dicendo che anche lui doveva comportarsi come Abramo?

Molto probabile invece che sotto ci fosse qualche stregoneria. Chi poteva sapere quali arti segrete possedessero quelle Nere appena arrivate dall’Africa? La ragazzina sapeva che Cavil la stava guardando, e cercava d’indurlo in tentazione. Quelle Nere dovevano essere veramente la progenie del diavolo, per suscitare in lui pensieri così malvagi.

Distolse a forza lo sguardo dalla nuova schiava e si voltò, celando il suo sguardo bruciante nelle parole del libro. Solo che per qualche motivo la pagina non era più la stessa — quando mai l’aveva voltata? — e Cavil si ritrovò a leggere il Cantico dei Cantici.

Le tue mammelle sono come caprioletti gemelli di gazzella, che pascolano tra i gigli.

«Signore aiutami» mormorò. «Allontana da me questo incantesimo.»

Giorno dopo giorno mormorò la stessa preghiera, eppure giorno dopo giorno si sorprendeva a guardare con desiderio le sue schiave, e in particolare la schiavetta recentemente acquistata. Perché sembrava che Dio non gli prestasse ascolto? Non aveva sempre agito rettamente? Non si comportava bene con sua moglie? Non conduceva onestamente i suoi affari? Non versava forse le decime e le altre offerte? Non trattava bene i suoi schiavi? Perché il Signore Iddio non lo proteggeva allontanando da lui quell’incantesimo pagano?



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