Quello greco rappresentava Democrito e l’origine della teoria atomica; quello tedesco illustrava la vita di Einstein; quello danese, la vita di Niels Bohr. Non tutti i mosaici, tuttavia, avevano la fisica come tema: quello francese riproduceva il profilo di Parigi, mentre quello italiano mostrava una vigna, con migliaia di ametiste levigate che rappresentavano i singoli grappoli.

La sala di controllo vera e propria del Grande collisore per Adroni era un quadrato perfetto con ampie porte scorrevoli posizionate nel centro esatto di ciascun lato. Era alta due piani, e la metà superiore aveva le pareti in vetro, in modo che i gruppi di visitatori potessero osservare l’attività dei tecnici; il CERN organizzava delle visite guidate per il pubblico della durata di tre ore nei giorni di lunedì e sabato, alle 9 e alle 14. Piú in basso, al di sopra delle finestre, appese contro le pareti erano disposte le bandiere dei diciannove stati membri, cinque per parete; il ventesimo riquadro era occupato dalla bandiera blu e oro dell’Unione europea.

La sala di controllo conteneva decine di consolle. Una era destinata alla gestione degli iniettori delle particelle e controllava l’inizio degli esperimenti. Quella accanto aveva la superficie angolata e dieci monitor incassati che mostravano i risultati trasmessi dai rivelatori ALICE e CMS, gli enormi sistemi sotterranei che avrebbero registrato e tentato di identificare le particelle prodotte dagli esperimenti dell’LHC. I monitor su una terza consolle mostravano sezioni della galleria sotterranea del collisore che curvava dolcemente, e la putrella della monorotaia appesa al soffitto.

Lloyd Simcoe, un ricercatore canadese, era seduto alla consolle degli iniettori. Aveva quarantacinque anni, era alto e sbarbato di fresco. Aveva gli occhi azzurri e i capelli tagliati alla militare di un colore marrone così scuro da poterli tranquillamente definire neri… a parte sulle tempie, che erano almeno per metà già ingrigite.



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