
Risalendo lungo il cubo…
A parte il regolare mormorio dell’aria condizionata e il debole ronzio delle ventole di raffreddamento, la sala di controllo era assolutamente silenziosa. Tutti erano tesi e nervosi, dopo una lunga giornata trascorsa a mettere a punto l’esperimento. Lloyd si guardò intorno, poi respirò a fondo. Il suo polso era accelerato, e nel suo stomaco sembrava ci fosse un turbinio di farfalle.
L’orologio alla parete era analogico, come quello sulla sua consolle digitale. Entrambi si stavano rapidamente avvicinando alle 17:00… quelle che per Lloyd, anche dopo due anni che si trovava in Europa, erano ancora le cinque del pomeriggio.
Lloyd era il direttore di un gruppo di lavoro di quasi mille fisici che usavano il rivelatore ALICE (A Large Ion Collider Experiment). Lui e Theo avevano trascorso due anni a progettare la collisione delle particelle prevista per oggi… due anni per svolgere un lavoro che avrebbe potuto richiedere due vite intere. Stavano tentando di ricreare livelli di energia che non erano esistiti fino a un nanosecondo prima del Big Bang, quando la temperatura dell’universo era di dieci milioni di miliardi di gradi. Nel procedimento speravano di scoprire il santo Graal della fisica della massima energia, il bosone di Higgs così tanto ricercato, la particella le cui interazioni fornivano massa ad altre particelle. Se il loro esperimento avesse funzionato, avrebbero finalmente avuto il bosone, e il premio Nobel, che con ogni probabilità sarebbe stato assegnato a chi lo avesse scoperto.
L’intero esperimento era automatizzato e calcolato al secondo. Non c’erano interruttori da abbassare, né levette nascoste sotto coperchi a molla da premere. Sì, Lloyd aveva progettato e Theo aveva codificato i moduli basilari del programma per questo esperimento, ma adesso era tutto sotto il controllo di un computer.
