
In mancanza di un piano migliore, decisi di provare con la porta misteriosa. L’adrenalina fluiva abbondante nel mio sangue quando mi girai verso la scala. Arrivai sul pianerottolo del secondo piano con il cuore che batteva impazzito. La paura di entrare in scena, pensai, è del tutto nonnaie. Tirai il fiato. Quasi senza rendermene conto riuscii ad avvicinarmi alla porta. La mia mano bussò.
Sentii movimento dietro l’uscio. Dentro c’era qualcuno, mi guardava dallo spioncino. Morelli? Ne ero sicura. I polmoni mi si riempirono d’aria, la gola mi pulsava dolorosamente. Perché facevo tutto questo? Io lavoravo nel campo della biancheria intima, che cosa ne sapevo della cattura degli assassini?
Non pensare a lui come a un assassino, ragionai. Pensa a lui come a un farabutto, al macho che ti ha traviata e che poi ha immortalato i particolari della sua bravata sul muro dei gabinetti del Mario’s Sub Shop.
Mi morsi il labbro e indirizzai un sorriso accattivante alla persona dietro lo spioncino, dicendomi che nessun macho poteva resistere a tanta ingenua stupidità.
Trascorse un altro momento, e quasi mi parve di sentirlo imprecare silenziosamente, mentre si chiedeva se doveva aprire. Agitai un dito davanti allo spioncino. Un gesto distensivo, per niente minaccioso. Volevo fargli capire che al di là della porta c’era solo una ragazza ben carrozzata, che sapevo che era in casa.
Sfilò il chiavistello, spalancò la porta e mi ritrovai faccia a faccia con Morelli.
Aveva un atteggiamento passivo e aggressivo a un tempo, la voce impaziente. «Che cosa c’è?»
Appariva più robusto di quanto mi ricordassi. Più rabbioso. Lo sguardo era più assente, la linea della bocca s’era fatta più cinica. Ero venuta a cercare un ragazzo che poteva aver ucciso in un accesso d’ira, ma l’uomo che mi stava di fronte era capace di uccidere con distacco professionale.
Mi concessi un attimo per rendere ferma la voce e per formulare la bugia: «Sto cercando Joe Juniak…»
