
Mooch uscì dalla casa dopo pochi minuti. Era solo e senza la borsa. Dio. Una traccia. Quante erano le possibilità che Joe Morelli fosse in quella casa con la borsa sulle ginocchia? Valeva la pena di controllare. Mi si presentavano due alternative. Potevo chiamare subito la polizia o indagare per conto mio. Se chiamavo la polizia e Morelli non era là dentro, avrei fatto la figura della scema, e magari gli agenti non sarebbero stati disposti a correre in mio aiuto una seconda volta. D’altra parte, non me la sentivo di investigare da sola. Non era certo l’atteggiamento di una che aveva appena accettato l’incarico di scovare un latitante, ma era così.
Fissai a lungo la casa, sperando che Morelli uscisse e che non fossi costretta a entrare. Guardai l’orologio e pensai al cibo. Avevo bevuto una bottiglia di birra per colazione. Tornai a fissare la casa.
Se fossi riuscita ad arrivare fino in fondo, forse avrei trovato una miniera d’oro, avrei potuto scialacquare gli spiccioli sul fondo della mia borsetta investendoli in un hamburger. L’idea mi dava la carica.
Alla fine inspirai profondamente, aprii la portiera e scesi dall’auto. Fallo e basta, ragionai. Non trasformare in un affare di stato una mossa tanto semplice. Probabilmente lui non è neppure in casa.
Mi avviai decisa sul marciapiede, parlando fra me mentre camminavo. Raggiunsi la casa ed entrai senza esitare. Le cassette della posta nel vestibolo indicavano che c’erano otto appartamenti. Tutte le porte si aprivano su una scala comune. Le cassette delle lettere avevano il nome del proprietario, a eccezione del 201. Il nome di Morelli non compariva.
