
La mia migliore amica, Mary Lou Molnar, mi aveva riferito di aver sentito dire che Morelli aveva una lingua come quella di una lucertola.
«Santo cielo!» era stato il mio commento. «Che cosa vorrebbe dire?»
«Non permettergli di avvicinarti quando sei sola, o lo scoprirai da te. Se ti abborda quando sei da sola… sei sistemata.»
Non avevo avuto modo di vedere spesso Morelli dall’episodio del treno. Immaginavo che avesse arricchito il suo repertorio di prodezze sessuali. Spalancai gli occhi e mi chinai verso Mary Lou, augurandomi il peggio. «Non starai parlando di stupro, eh?»
«Sto parlando di libidine. Se lui ti vuole, non hai scampo. Non gli si può resistere.»
A parte il fatto di essere palpata all’età di sei anni da chi sapete, ero illibata. Mi conservavo per il matrimonio, o almeno per il college. «Sono vergine», dissi, come se fosse una novità. «Sono sicura che non si mette con le vergini.»
«Sono la sua specialità. Il tocco vellutato delle sue dita fa sciogliere le vergini.»
Due settimane più tardi, Joe Morelli entrò da Tasty Pastry, la pasticceria dove lavoravo ogni giorno dopo la scuola, la Tasty Pastry a Hamilton. Comprò un cannolo al cioccolato, mi disse di essersi arruolato in marina e mi sfilò le mutandine come per magia quattro minuti dopo la chiusura, sul pavimento della pasticceria, dietro la vetrina dei bignè al cioccolato.
Lo rividi soltanto tre anni dopo. Mi dirigevo verso il centro commerciale a bordo della Buick di mio padre, quando notai Morelli in piedi davanti al Giovichinni’s Meat Market. Pigiai sull’acceleratore, saltai il marciapiede e lo investii da dietro, facendolo rimbalzare contro il paraurti anteriore destro. Fermai la macchina e scesi per constatare i danni. «Qualcosa di rotto?»
