
Lui era a gambe all’aria sul marciapiede e guardava in su verso la mia gonna. «La gamba.»
«Bene», approvai soddisfatta. Poi girai sui tacchi, risalii sulla Buick e proseguii per la mia strada.
Attribuisco l’incidente a un momento di pazzia, e a mia difesa tengo a precisare che da allora non ho più investito nessuno.
Durante i mesi invernali il vento spazzava Hamilton Avenue, gemeva davanti alle vetrine sbattendo i rifiuti contro i marciapiedi e le facciate dei negozi. Durante i mesi estivi, l’aria era immobile e opprimente, carica di umidità e satura di idrocarburi. La grande calura faceva luccicare il cemento arroventato e scioglieva l’asfalto delle strade. Le cicale frinivano, i cassonetti esalavano un tanfo pestilenziale, una bassa caligine incombeva sui campi di softball in tutto lo stato. Credo che tutto questo facesse parte della grande avventura di vivere nel New Jersey.
Quel pomeriggio, avevo deciso d’infischiarmene dell’aumento estivo del tasso di ozono, che mi prendeva alla gola, e di andarmene in giro sulla mia Mazda Miata con la capote abbassata. Il climatizzatore funzionava al massimo, cantavo con Paul Simon. I miei capelli castani lunghi fino alle spalle, scompigliati e arruffati, mi sferzavano il viso freneticamente; i miei occhi azzurri, sempre vigili, erano nascosti dietro un paio di Oakley e il mio piede era incollato sull’acceleratore.
Era domenica e avevo un appuntamento con un delizioso arrosto a casa dei miei genitori. Mi fermai a un semaforo e guardai nello specchietto retrovisore, imprecando fra i denti quando vidi Lenny Gruber su una Sedan rossiccia, due auto dietro la mia. Abbassai la testa sul volante. «Maledizione.» Ero indietro con i pagamenti della Miata e Gruber lavorava per una compagnia specializzata nel recupero crediti.
Sei mesi prima, quando avevo comperato la macchina, me la passavo bene, con un bell’appartamento e l’abbonamento alle partite dei Rangers. E poi bam! Mi ero ritrovata senza un soldo e senza carta di credito.
