Nonna Mazur stava in piedi, due passi dietro mia madre. «Devo comperarmi un paio di quelli», dichiarò osservando i miei shorts. «Ho ancora belle gambe, sai.» Sollevò la gonna e si guardò le ginocchia. «Che ne dici? Mi starebbero bene?»

Nonna Mazur aveva le ginocchia simili alle maniglie di una porta. Ai suoi tempi era stata una bellezza, ma con gli anni era diventata una donnetta ossuta, spigolosa e con la pelle cascante. Pure, se voleva indossare un paio di shous da ciclista, poteva farlo benissimo. Secondo me, questo era uno dei numerosi vantaggi che offriva la vita nel New Jersey: anche le vecchie signore potevano permettersi un abbigliamento bizzarro.

Dalla cucina, mio padre mandò un grugnito di disgusto. Stava tagliando la carne. «Shorts da ciclista!» borbottò dandosi una pacca sulla fronte. «Uh!»

Due anni prima, quando le arterie ostruite dal grasso avevano spedito all’altro mondo nonno Mazur, la nonna si era trasferita dai miei e non se n’era più andata. Mio padre accettava la situazione alternando una stoica rassegnazione a mugugni volutamente sgarbati.

Ricordo che mio padre mi parlava di un cane che aveva quand’era bambino. La povera bestia era l’animale più vecchio, più brutto e più stupido di cui avessi mai sentito parlare. Perdeva urina a ogni passo, aveva i denti guasti e i fianchi irrigiditi dall’artrite. Enormi ascessi gli si aggrumavano sotto la pelle. Un giorno, nonno Plum lo portò dietro il garage e gli sparò. Sospetto che qualche volta mio padre abbia immaginato di fare lo stesso con nonna Mazur.

«Dovresti indossare abiti decenti», disse mia madre portando in tavola piselli freschi e crema di cipolle. «A trent’anni ti vesti ancora con quella roba da ragazzina. Come farai a trovare un uomo, così conciata?»

«Non voglio un uomo. Ne avevo uno e la cosa non mi piaceva.»



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