
«Uh, uh», fu tutto ciò che riuscii a dire.
Dopo cinque minuti svoltavo dalla Hamilton nella Roosevelt. A due isolati di distanza dall’abitazione dei miei genitori, mi sentivo come risucchiata dai miei doveri familiari, che mi trascinavano inesorabilmente nel cuore della cittadella. La nostra era una comunità dove i legami con la famiglia erano ancora saldi. Là c’erano sicurezza, affetto, stabilità e il conforto dei rituali domestici.
L’orologio sul cruscotto mi avvertiva che ero in ritardo di sette minuti; l’impulso incontrollabile di gridare mi diceva che ero arrivata a casa.
Parcheggiai lungo il marciapiede e diedi un’occhiata alla villetta bifamiliare a due piani, al portico sul davanti, alla tettoia in alluminio. La metà abitata dai Plum era gialla, ormai da quarant’anni, con il tetto scuro. Cespugli di viburno fiancheggiavano i gradini di accesso all’entrata e vasi di gerani rossi erano stati disposti a distanza regolare per tutta la lunghezza del portico. Era un’abitazione assai tradizionale, con il soggiorno sul davanti, la sala da pranzo nel mezzo e la cucina sul retro. Al piano superiore tre camere da letto e il bagno. Era una casetta linda e accogliente, stipata di mobili e impregnata dei tipici aromi della cucina.
Nell’altra metà della casa abitava la signora Markowitz, che viveva con la pensione sociale e che, non potendo permettersi grandi spese, aveva dipinto la sua facciata di verde pallido.
Mia madre mi aspettava sulla soglia. «Stephanie», chiamò. «Che cosa fai seduta in macchina? Sei in ritardo, sai che tuo padre detesta cenare in ritardo. Le patate si freddano, l’arrosto si asciuga troppo.»
Il cibo era importante nella cittadella. La Luna ruota attorno alla Terra, la Terra attorno al Sole e il quartiere ruota attorno all’arrosto. Per quanto riesco a ricordare, la vita dei miei genitori è sempre stata regolata da un pezzo di girello arrostito, servito alle sei in punto.
