Maddox e Caffery si scambiarono un'occhiata e, dopo un istante di silenzio, Jack annuì.

«D'accordo, d'accordo.» Si schiarì la voce, prese i guanti e la mascherina che la donna gli porgeva e s'infilò rapidamente la cravatta nella camicia. «Allora, andiamo a vedere di che si tratta.»


Per una vecchia abitudine del CID, Jack Caffery camminava con le mani in tasca persino quando indossava i guanti protettivi. Di tanto in tanto perdeva di vista la torcia della Quinn, il che gli causava una vaga inquietudine: in quel punto l'area industriale era buia. La squadra addetta alle riprese aveva finito e si era chiusa nel furgone, a duplicare il nastro originale. Ora l'unica luce era quella fosca, chimica, del nastro fluorescente che la Quinn aveva usato per contrassegnare i reperti su entrambi i lati del viottolo, così da proteggerli fino all'arrivo dell'incaricato dell'AMIP. Si mossero nella foschia come fantasmi indiscreti, tra le sagome verdi e indistinte di bottiglie, lattine schiacciate, un oggetto informe che avrebbe potuto essere una T-shirt o un asciugamano. Nastri trasportatori e gru a ponte si ergevano per quasi trenta metri nel cielo notturno che li circondava, grigi e silenziosi come un ottovolante fuori stagione.

La Quinn alzò la mano per fermarli. «Laggiù», disse a Jack. «La vede? Stesa sulla schiena.»

«Dove?»

«Vede il vecchio fusto di olio?» chiese, illuminandolo con la torcia.

«Sì.»

«E le due barre di rinforzo alla sua destra?»

«Sì.»

«Le segua.»

Oddio.

«La vede?»

«Sì.» Jack si riprese. «Sì, la vedo.»

Quello? Quello è un corpo? Pensava fosse un pezzo di schiuma poliuretanica, di quelle contenute nelle bombolette, tanto era gonfio, giallo e lucido. Poi vide i capelli e gli occhi e riconobbe un braccio. E, finalmente, chinando il capo di lato, capì ciò che stava osservando.

«Dio mio», disse Maddox con aria grave. «Forza, che qualcuno la copra con un telo.»



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