Un gufo lanciò il suo grido lamentoso nel greve silenzio. Nessuno si acquietò finché l'uccello non volò via. I mostri rabbrividirono nella gelida notte. Uno di loro spezzò senza volerlo un rametto calpestandolo; lo Spettro sibilò la sua collera, e gli Urgali si ritrassero, immobili e timorosi. Lui represse il proprio disgusto - i mostri puzzavano di carne rancida - e si volse, Erano strumenti, nient'altro.

Lo Spettro conteneva a stento la propria impazienza via via che i minuti si trasformavano in ore. L'odore doveva aver preceduto di molto coloro che lo emanavano. Non permise agli Urgali di sgranchirsi le membra o riscaldarsi; lui stesso si negava questi lussi e restava in attesa dietro l'albero, a spiare il sentiero. Un'altra folata di vento turbinò nella foresta. Questa volta l'odore era più intenso. Eccitato, lo Spettro arricciò le labbra in un ghigno.

«Preparatevi» bisbigliò, con un fremito violento che si propagò fino alla punta della sua spada. Aveva a lungo complottato e sofferto per arrivare a quel momento, e per niente al mondo avrebbe perso il controllo.

Gli occhi degli Urgali scintillarono sotto le folte sopracciglia, e le creature strinsero ancora più forte le armi. Più avanti, lo Spettro udì un lieve acciottolio, come di sassolini smossi. Dall'oscurità emersero sagome indistinte; avanzavano lungo il sentiero.

Tre cavalieri in sella a cavalli bianchi trottavano verso l'agguato, le teste alte e fiere, i mantelli che fluttuavano sotto la luna come argento liquido.

Sul primo cavallo c'era un elfo: orecchie a punta e sopracciglia oblique, eleganti, Era di corporatura esile ma forte, come uno stocco. A tracolla portava un arco possente; da un fianco gli pendeva una spada, e dall'altro lato una faretra piena di frecce dall'impennaggio di cigno.

L'ultimo cavaliere aveva il volto chiaro e i lineamenti più affilati del primo.



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