Nella destra impugnava una lunga lancia, e nella cintura portava infilato un pugnale bianco. Sul capo indossava un elmo di straordinaria fattura, d'oro e ambra.

Fra i due cavalcava un'elfa dai capelli neri come ali di corvo, che si guardava intorno con pacato sussiego. Incorniciati da lunghe ciocche nere, i suoi occhi splendenti emanavano una forza irresistibile. I suoi abiti erano di un'austera semplicità, ma nulla toglievano alla straordinaria bellezza della dama. Al fianco portava una spada, e sulla schiena un arco e una faretra. In grembo aveva una bisaccia che adocchiava di continuo, come per assicurarsi che fosse sempre lì. Uno degli elfi parlò, ma lo Spettro non riuscì a sentire che cosa diceva. La dama rispose con evidente autorevolezza, e le sue guardie si scambiarono di posto. Quello con l'elmo passò avanti e strinse le dita intorno alla lancia. Superarono il nascondiglio dello Spettro e dei primi Urgali senza sospettare nulla.

Lo Spettro stava già assaporando la vittoria quando il vento mutò e soffiò verso gli elfi, portando con sé il fetore degli Urgali. I cavalli sbuffarono allarmati e scossero la testa con violenza. I cavalieri si irrigidirono, i loro occhi guizzarono da un lato e dall'altro; poi fecero voltare le cavalcature e presero a fuggire al galoppo.

Il cavallo della dama galoppava più veloce degli altri e in breve li distaccò. Gli Urgali uscirono allo scoperto e scoccarono un nugolo di frecce nere. Lo Spettro balzò fuori dall'albero, levò la mano destra e gridò: «Garjzla!»

Dal suo palmo sfrecciò in direzione dell'elfa un globo infuocato, che al suo passaggio tinse gli alberi di luce sanguigna. Il globo colpì il cavallo, che si arrestò con un nitrito di dolore e cadde di schianto. La dama balzò dalla sella con rapidità inumana, atterrò con grazia e si volse a guardare la sua scorta.

Le frecce letali degli Urgali disarcionarono i due elfi, che caddero dai nobili destrieri lasciando una pozza di sangue nella polvere.



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