
Una volta raggiunta la piccola valle, incordò l'arco e prese tre frecce. Ne incoccò una, reggendo le altre due nella sinistra. La luce lunare rivelò una ventina di sagome immobili: i cervi che riposavano sull'erba. La femmina che cercava era ai margini del branco, la zampa ferita tesa davanti a sé. Eragon si avvicinò silenzioso, tenendo pronto l'arco. Tutta la fatica dei tre giorni precedenti lo aveva guidato a quel momento. Inspirò a fondo prima di scoccare la freccia: e un'esplosione squarciò la notte.
Il branco si alzò di scatto e prese a fuggire in tutte le direzioni. Eragon si slanciò all'inseguimento sul prato, mentre un vento impetuoso gli sferzava il viso. Si fermò e scoccò una freccia contro la zoppicante femmina in fuga. La mancò di un soffio; la freccia si perse sibilando nel buio. Il ragazzo imprecò e si volse per prendere un'altra freccia.
Alle sue spalle, dove pochi istanti prima riposava il branco di cervi, si allargava un ampio spiazzo d'erba e alberi bruciati. Molti pini avevano perso gli aghi. L'erba fuori dal cerchio annerito era schiacciata. Una voluta di, fumo si alzò, emanando un forte odore di bruciato. Al centro dello spiazzo devastato c'era una lucida pietra blu. La nebbia serpeggiò nell'area incenerita, accarezzando la pietra con tentacoli impalpabili.
Eragon attese diversi minuti che il pericolo si mostrasse, ma runica cosa che si muoveva era la nebbia. Con estrema cautela, allentò la presa sull'arco e avanzò. La luna proiettava una pallida luce quando il ragazzo si fermò davanti alla pietra. La toccò con la punta di una freccia, poi fece un balzo indietro. Non successe nulla. Si fece coraggio e la raccolse.
La natura non avrebbe mai potuto levigare una pietra in quel modo.
