Ancora si narrava la tetra leggenda secondo cui metà del suo esercito era scomparso dopo essere entrato nell'antica foresta, sempre avvolta da un alone di misteriosa sventura. Sebbene gli alberi crescessero abbondanti e il sole splendesse sereno, erano pochi coloro che sostavano a lungo sulla Grande Dorsale senza subire un.incidente di qualche sorta, Eragon era uno di quei pochi. In cuor suo il ragazzo non era convinto di possedere chissà quale talento: attribuiva la sua buona sorte alla costante vigilanza e ai suoi pronti riflessi. Vagava sulle montagne da anni; non ne aveva paura, ma le considerava con una sorta di cauto rispetto. Ogni volta che credeva di aver scoperto tutti i loro segreti, accadeva sempre qualcosa che ridimensionava la sua presunzione di conoscerle a fondo: come la comparsa della pietra.

Andando di buon passo, si lasciò alle spalle parecchie leghe. A tarda sera raggiunse l'orlo di un precipizio: in fondo spumeggiava 1'Anora, il fiume che attraversava la Valle Palancar. Alimentato da centinaia di torrenti, era come un essere vivente dotato di forza bruta, che lottava contro ogni scoglio o macigno che gli sbarrasse la via, brontolando a gran voce.

Eragon si accampò in un boschetto vicino al burrone e contemplò a lungo la luna prima di addormentarsi.

Passò ancora un giorno e mezzo; il freddo aumentava, Eragon viaggiava spedito, senza badare alla natura che lo circondava. Poco dopo mezzogiorno sentì il fragore delle Cascate di Iguàlda, che cancellava ogni altro suono. Il sentiero lo condusse vicino a una cresta rocciosa e viscida, che il fiume lambiva impetuoso prima di precipitare e frangersi sulle colline verdeggianti.



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