
Non avevano percorso più di cinque iarde, però, che il tunnel dietro di loro si animò di attività frenetica, mentre altre figure sciamavano all'esterno. Eragon strizzò gli occhi, incapace di distinguere bene da quella distanza. Sono Urgali! esclamò Saphira, il corpo teso come la corda di un arco.
Eragon non ne dubitò nemmeno per un istante. «Urgali!» gridò, e balzò in groppa a Saphira, rimproverandosi di aver lasciato Zar'roc, la sua spada, in camera. Nessuno si era aspettato un nuovo attacco, ora che l'esercito degli Urgali era stato respinto.
Saphira levò le ali azzurre e le riabbassò con forza per levarsi in volo; il contraccolpo provocò a Eragon una nuova fitta di dolore lungo la schiena. Mentre la dragonessa acquistava quota e velocità, sempre di più a ogni battito d'ali, sotto di loro Arya sfrecciava verso il tunnel, riuscendo quasi a tenere il passo con Saphira. Orik arrancava dietro di lei insieme a un folto drappello di uomini, mentre Jòrmundur tornava di corsa alle caserme.
Eragon fu costretto ad assistere impotente all'aggressione degli Urgali alla retroguardia di Ajihad; non era in grado di esercitare la magia da quella distanza. I mostri sfruttarono il vantaggio della sorpresa per abbattere subito quattro uomini, costringendo il resto dei soldati, umani e nani insieme, a radunarsi intorno ad Ajihad nel tentativo di proteggerlo. Le due compagini entrarono in contatto, facendo risuonare il metallo delle spade e delle asce. Uno dei Gemelli scagliò un lampo di luce, e un Urgali cadde, stringendosi il moncherino di un braccio reciso. Per un minuto parve che gli assaliti ce la facessero a resistere agli Urgali, ma poi la scena cambiò all'improvviso, trasformandosi in un turbinio confuso, come se i combattenti fossero stati avvolti da una leggera coltre di nebbia.
