
Eragon annuì e si diresse verso il cancello, con una mano appoggiata sul fianco di Saphira. Ajihad mancava ormai da tre giorni, impegnato a inseguire gli Urgali che erano riusciti a fuggire nel labirinto di tunnel scavati dai nani nella roccia dei Monti Beor. L'unica volta che Eragon lo aveva scorto, fra una spedizione e l'altra, Ajihad era in preda a un attacco di collera per aver scoperto che sua figlia Nasuada gli aveva disobbedito: non aveva abbandonato la città insieme alle altre donne e ai bambini, come le era stato ordinato, ma aveva combattuto in segreto fra le schiere di arcieri Varden. Murtagh e i Gemelli avevano accompagnato Ajihad. I Gemelli perché era una missione pericolosa, e il capo dei Varden aveva bisogno di essere protetto dalle loro arti magiche, e Murtagh perché voleva continuare a dimostrare ai Varden che potevano fidarsi di lui. Eragon era rimasto sorpreso nel vedere quanto era cambiato l'atteggiamento del popolo nei riguardi di Murtagh, pur sapendo che suo padre, Morzan, era stato il Cavaliere dei Draghi che aveva tradito i suoi compagni per consegnarli a Galbatorix. Anche se Murtagh aveva dichiarato di odiare il padre e di essere leale a Eragon, i Varden non gli avevano creduto. Ma nessuno aveva voglia di sprecare energie per covare un antico rancore, quando c'era ancora tanto lavoro da fare. Eragon sentiva la mancanza delle loro chiacchierate, e non vedeva l'ora che tornasse per discutere con lui degli eventi appena accaduti.
Mentre Eragon e Saphira giravano intorno a Tronjheim, videro un gruppetto sparuto di persone nel cono di luce gettato dalle lanterne nei pressi del cancello di legno. Fra loro c'erano Orik e Arya. Il nano si dondolava impaziente da una tozza gamba all'altra; la benda bianca avvolta intorno al braccio dell'elfa spandeva deboli riflessi sui suoi capelli corvini.
