
«I sacerdoti dell'Helgrind» mormorò rivolto a Roran.
«Sanno usare la magia?»
«Può darsi. Non voglio rischiare di esplorare l'Helgrind con la mente finché non se ne vanno, perché se ci sono degli stregoni sentiranno il mio tocco, per quanto leggero, e capiranno che siamo qui.»
Dietro i sacerdoti procedeva una doppia fila di giovani uomini ammantati di stoffe dorate. Ciascuno portava un'intelaiatura di metallo rettangolare suddivisa in dodici barre orizzontali da cui pendevano campane di ferro grosse quanto una rapa. Metà dei giovani scuotevano con vigore lo strumento quando avanzavano col piede destro, generando una straziante cacofonia di note, mentre gli altri lo scuotevano quando avanzavano col piede sinistro, in un clangore di lingue di ferro contro gole di ferro che riecheggiava lugubre per le colline. Gli accoliti accompagnavano i rintocchi delle campane con grida, lamenti e ululati in un'estasi di passione.
Nelle retrovie di quella grottesca processione arrancava una coda di abitanti di Dras-Leona: nobili, mercanti, commercianti, esponenti dei ranghi militari più elevati, e una variegata moltitudine di operai, mendicanti e soldati semplici.
Eragon si domandò se fra di loro ci fosse anche il governatore di DrasLeona, Marcus Tàbor.
I sacerdoti si fermarono sul margine del cumulo di pietrisco franato che orlava l'Helgrind e si disposero su entrambi i lati di un masso color ruggine dalla sommità levigata.
