Si passò la lingua sui denti per lavar via l'amaro sapore di bile che gli riempiva la bocca.

Murtagh.

Il solo nome gli suscitava un tumulto di emozioni contrastanti. Da una parte, Murtagh gli piaceva. Aveva salvato lui e Saphira dai Ra'zac dopo la loro prima, sventurata visita a Dras-Leona; aveva rischiato la vita per aiutare Eragon a fuggire da Gil'ead; aveva combattuto con onore nella battaglia del Farthen Dûr; e, malgrado i tormenti che avrebbe senza dubbio patito come conseguenza del suo atto, aveva scelto d'interpretare gli ordini di Galbatorix in un modo che gli consentisse di lasciare liberi Eragon e Saphira dopo la battaglia delle Pianure Ardenti invece di farli suoi prigionieri. Non era colpa di Murtagh se i Gemelli lo avevano rapito; o se l'uovo del drago rosso, Castigo, si era schiuso davanti a lui; o se Galbatorix aveva scoperto i loro veri nomi, con cui aveva estorto a entrambi il giuramento di fedeltà nell'antica lingua.

Nulla di tutto questo era imputabile a Murtagh. Lui era una vittima del fato, dal giorno stesso in cui era nato.

Eppure... Murtagh poteva anche servire Galbatorix contro la propria volontà, e aborrire le atrocità che il re lo costringeva a commettere, ma una parte di lui sembrava compiacersi del potere appena acquisito. Durante la recente battaglia fra i Varden e l'esercito imperiale sulle Pianure Ardenti, Murtagh aveva individuato il re dei nani, Rothgar, e lo aveva ucciso, anche se Galbatorix non gli aveva ordinato espressamente di farlo. Murtagh aveva lasciato andare Eragon e Saphira, certo, ma solo dopo averli



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