
Allungai cautamente un dito per accertarmi di non avere le traveggole. Avevo visto bene, solo che, come mi resi conto, la parte semicircolare tagliata dalla moquette somigliava sì al resto, ma non era della stessa materia. Era una specie di carta velina, sottilissima, dal disegno esattamente uguale a quello della moquette.
Ritirai la mano è rimasi lì in ginocchio, pensando non tanto alla moquette tagliata o alla carta che la sostituiva, quanto a ciò che avrei potuto dire se uno dei coinquilini mi avesse sorpreso in quella strana posizione.
Ma nessuno si fece vivo. L’atrio era vuoto, con quello strano sentore che hanno gli atrii delle case. Sopra di me sentivo i suoni leggeri della lampadina surriscaldata, che aveva tutta l’aria di stare per bruciare. Il nuovo custode avrebbe dovuto sostituirla con una molto più grande. Anche se, pensai, probabilmente sarebbe stato come il vecchio George, che certamente gli aveva spiegato la sua filosofia economica.
Allungai di nuovo la mano e toccai la carta con la punta del dito. Era carta, proprio come pensavo, o almeno, al tatto sembrava carta. A quel punto, l’idea della moquette tagliata e della carta sostitutiva mi mandò il sangue alla testa. Era un giochetto idiota, uno scherzo del cavolo, così afferrai la carta e la strappai.
E sotto la carta c’era la trappola.
Mi alzai, con la carta a brandelli tra le dita, e la osservai.
Non ci potevo credere. Nessun uomo sano di mente avrebbe potuto crederci.
Non si può pensare che la gente vada in giro a piantare trappole per farci cadere dentro gli uomini come se fossero volpi o orsi.
Ma era là, sulla parte di pavimento lasciata scoperta dal semicerchio di moquette, proprio come un cacciatore nasconde una trappola con un leggero strato di foglie o di erba.
Era grossa, di acciaio. Non avevo mai visto una trappola per orsi, ma sono certo che quella era uguale, se non più grande.
