Mi sentivo dentro un nulla silenzioso, vuoto, senza luce; la mia mente fredda e lucida guizzava veloce come un serpente alla ricerca di qualcosa che non trovava, terrorizzata da tanta vacuità.

Poi arrivò il rumore, l’alto, insistente, penetrante, folle rumore, completamente gratuito perché non aveva significato né per me né per nient’altro, ma era fine a se stesso.

Tornò il silenzio, e c’erano ombre che avevano forme: un quadrato semiilluminato che si rivelò essere una finestra, un bagliore proveniente dalla cucina dove la luce era rimasta accesa, una tenebrosa mostruosità accucciata che era una sedia a dondolo.

Il telefono squillò di nuovo nell’oscurità mattutina. Saltai giù dal letto e mi trascinai a tentoni verso la porta che non riuscivo a distinguere. Quando la trovai, il telefono non squillava più.

Attraversai il soggiorno, inciampando nell’oscurità, e mentre stendevo la mano il telefono ricominciò a squillare.

Sollevai il ricevitore e balbettai qualcosa. C’era qualcosa che non andava con la mia lingua. Non voleva mettersi all’opera.

— Parker?

— Chi parla?

— Sono Joe, Joe Newman.

— Joe? — Poi ricordai. Joe Newman era il cronista di servizio notturno al giornale.

— Mi spiace svegliarti — disse Joe.

Risposi con un brontolio irritato.

— È successa una strana faccenda — riprese lui. — Ho pensato di doverti informare.

— Senti, Joe — dissi. — Chiama Gavin. È lui il capocronista, ed è pagato per essere svegliato di notte. Io sono il redattore scientifico.

— Ma questo è successo dalle tue parti, Parker. Si tratta…

— Sì, lo so — interruppi. — È atterrato un disco volante.

— Piantala! Hai mai sentito parlare di Timber Lane?



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