
Si curvò per abbassare la levetta della messa in moto.
«Non so se valga la pena di portare la roba in città,» disse, «Con le strade ridotte in questo modo. Come le tengono… o meglio, come non le tengono! Venti anni fa la statale era una striscia di buon cemento, e la curavano e la riparavano e la tenevano liscia e solida come un biliardo. E dovevi vederli, a ogni inverno… facevano di tutto, spendevano qualsiasi somma, per tenerla sempre aperta. E adesso se ne sono scordati, così, e basta. Il cemento è tutto crepato e le piogge hanno portato via dei pezzi e nelle crepe ci cresce addirittura l’insalata. Stamattina ho dovuto scendere a togliere di mezzo un albero che vi era caduto sopra, addirittura.»
«Dico io, se non è vero!» annuì Pa’.
L’auto si risvegliò, con uno scoppio, e cominciò a tossire e a sibilare. Una densa nube di fumo azzurrino la circondò; poi, con uno strattone che la fece cigolare in ogni fibra, si avviò sbuffando e sobbalzando lungo la strada.
Pa’ ritornò lentamente alla sua sedia a sdraio, e la ritrovò fradicia d’acqua. La falciatrice automatica, avendo finito di falciare il prato, aveva preso la pompa e stava innaffiando.
Masticando una serie di imprecazioni velenose, Pa’ girò intorno alla casa, zoppicando, e sedette sulla panchina che si trovava accanto alla veranda sul retro. Non gli piaceva stare seduto laggiù, ma era l’unico posto riparato da quella ferraglia scatenata che imperversava nel prato.
Per prima cosa, la vista che si aveva dalla panchina era un po’ deprimente: una strada dopo l’altra di case deserte, abbandonate, e giardini abbandonati, incolti e invasi dalle erbacce.
C’era un vantaggio, però. Dalla panchina lui poteva fingere di essere un po’ sordo e di non sentire l’infernale musica da ballo che la radio continuava a vomitare.
