
Mark si mosse sulla panchina, nervosamente.
«Devo andare, Bill. Me l’ero battuta un momento, proprio per avvertirti che andiamo via. Lucinda vuole che io faccia le valigie. Se sapesse che me la sono svignata, si arrabbierebbe.»
Pa’ si alzò, con aria impacciata, e tese la mano all’amico.
«Ci rivediamo? Verrai a fare l’ultima partita?»
Mark scosse il capo.
«Temo di no, Bill.»
Si strinsero la mano, una stretta impacciata, depressa, un poco commossa.
«Certo che sentirò la mancanza di quelle partite.» disse Mark.
«Anch’io,» disse Pa’. «Quando te ne sarai andato, non avrò più nessuno.»
«Addio, Bill,» disse Mark.
«Addio,» disse Pa’.
Rimase in piedi a guardare l’amico che, zoppicando, girava l’angolo della casa, e sentì il gelido artiglio della solitudine che veniva a toccarlo con la sua presenza di ghiaccio. Una solitudine tremenda. La solitudine della vecchiaia… della vecchiaia e di un’epoca ormai trascorsa e superata. Coraggiosamente, Pa’ arrivò ad ammetterlo. Lui era superato, era fuori tempo. Apparteneva a un’altra epoca. Era sopravvissuto al suo tempo, aveva vissuto oltre gli anni che erano stati suoi.
Aveva gli occhi annebbiati, acquosi. Strano. Cercò a tentoni il bastone, che aveva posato sulla panchina, e lentamente, appoggiandosi a esso, camminò verso il cancello che si apriva sulla strada deserta e abbandonata, dietro la casa.
Gli anni erano trascorsi troppo velocemente. Gli anni che avevano portato l’elicottero di famiglia e l’aereo di famiglia, lasciando l’auto ad arrugginire in qualche rimessa dimenticata, lasciando le vecchie strade a marcire e sbriciolarsi, dimenticate nell’abbandono.
