Per un momento si fermò immobile, al centro di quella strada invasa dalle erbacce, con i piedi nella polvere, le mani strette intorno all’impugnatura del bastone, gli occhi chiusi.

Attraverso la nebbia degli anni sentì giungere le grida liete dei bambini che giocavano, l’abbaiare festoso del botolo di Conrad in fondo alla strada. E c’era Adams, a torso nudo, con la vanga in mano, che scavava la buca mentre l’olmo, con le radici giovani avvolte in un sacco di tela, giaceva sul prato vicino.

Maggio 1946. Quarantaquattro anni prima. Subito dopo che lui e Adams erano tornati a casa insieme dalla guerra.

Si udirono dei passi attutiti nella polvere e Pa’, sorpreso, aprì gli occhi.

Davanti a lui c’era un giovane. Un ragazzo sui trent’anni, almeno a giudicare a prima vista. Forse ancora più giovane.

«Buongiorno,» disse Pa’.

«Spero di non averle fatto paura,» disse il giovane.

«Lei mi ha visto qui in piedi,» chiese Pa’, «Come uno stupido idiota, con gli occhi chiusi?»

Il giovane annuì.

«Stavo ricordando,» spiegò Pa’.

«Lei vive da queste parti?»

«Proprio in fondo alla strada. Sono l’ultimo rimasto in questa parte della città.»

«Allora, forse, mi può aiutare.»

«Provi a chiedere,» disse Pa’.

Il giovane cominciò, impacciato.

«Be’, vede, si tratta di questo. Io sto facendo un… be’, potrebbe chiamarlo una specie di pellegrinaggio sentimentale…»

«Capisco,» disse Pa’. «Proprio come me.»

«Mi chiamo Adams,» disse il giovane. «Mio nonno viveva qui vicino. Vorrei sapere…»



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