«Proprio quella casa, vede?» disse Pa’.

Uno accanto all’altro, fissarono la casa, in silenzio.

«Era una bella casa, un tempo,» gli disse Pa’. «Suo nonno piantò l’albero subito dopo essere tornato dalla guerra. Siamo stati insieme per tutta la guerra e siamo tornati a casa insieme. Gran giorno, quello…»

«È un peccato,» disse il giovane Adams. «Un peccato…»

Ma Pa’ parve non udirlo.

«Suo nonno, ha detto?» domandò. «Ci siamo persi di vista da tanto tempo. Non ne so più nulla.»

«È morto,» disse il giovane Adams. «Sono già diversi anni.»

«Si occupava di energia atomica,» disse Pa’.

«Proprio così,» rispose Adams, con orgoglio. «Se ne è occupato da quando l’energia atomica è diventata disponibile per l’industria. Subito dopo il trattato di Mosca.»

«Subito dopo che ebbero deciso,» fece Pa’, «Che non potevano combattere una guerra.»

«Proprio così,» fece Adams.

«È molto difficile fare una guerra,» disse Pa’, «Quando non c’è nulla che si possa prendere di mira.»

«Le città, vuol dire?» fece Adams.

«Già,» rispose Pa’, «Ed è davvero buffo. Hanno agitato la minaccia di un’infinità di bombe atomiche, e la gente non si è spaventata tanto da abbandonare le città. Ma non appena hanno fatto balenare la prospettiva di terra a buon mercato e di aereoplani di famiglia, la gente si è sparpagliata nelle campagne, come un branco di conigli.»


John J. Webster stava salendo l’ampia scalinata di pietra del municipio quando lo spaventapasseri ambulante che portava un fucile sotto il braccio lo raggiunse e lo fermò.

«Come sta, signor Webster?» chiese lo spaventapasseri.

Webster spalancò gli occhi, poi lo riconobbe e un sorriso gli rischiarò il viso.

«Ma tu sei Levi!» esclamò. «Come va la vita, Levi?»

Levi Lewis sorrise, scoprendo una chiostra di denti neri e spezzati.



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