
Il linguaggio del racconto è particolarmente arduo. Frasi come la classica «miseria ladra» hanno sconfitto per molti secoli ogni tentativo di analisi degli studiosi di semantica, e ancora oggi non siamo vicini alla soluzione del significato di molte parole e di molte frasi più di quanto non lo fossero i primi studiosi che dedicarono una seria attenzione alla leggenda.
Dobbiamo comunque ammettere che la terminologia usata in riferimento all’Uomo è stata ricostruita in maniera abbastanza soddisfacente. Sappiamo che il plurale di questa mitica razza è uomini, la designazione vera e propria della razza è umana, le femmine sono chiamate donne o mogli (due termini che possono avere avuto, un tempo, una maggiore sfumatura di significato, ma che noi oggi dobbiamo considerare sinonimi), i cuccioli sono chiamati bambini. Un cucciolo maschio è un bambino. Un cucciolo femmina è una bambina.
Oltre al concetto di città, un altro concetto che il lettore troverà completamente antitetico al suo sistema di vita e che potrà violentemente offendere il suo modo di pensare, è l’idea della guerra, cui si associa l’idea di uccidere. Uccidere è un processo, che comporta usualmente violenza, grazie al quale una creatura vivente pone fine alla vita di un’altra creatura vivente. La guerra, parrebbe, era un processo di uccisione di massa eseguito su una scala addirittura inconcepibile.
Vagabondo, nel suo studio della leggenda, si è convinto che i racconti siano assai più primitivi di quanto generalmente si supponga, dato che, a suo avviso, concetti quali la guerra e l’uccidere non avrebbero mai potuto uscire, in nessuna epoca storica, dalla nostra attuale civiltà, e che perciò essi dovevano scaturire da un’epoca di profonda barbarie, della quale non esiste più traccia.
