Stecco, rimasto praticamente il solo a credere che i racconti siano basati su elementi storici reali, e che la specie dell’Uomo sia esistita nei primi tempi della civiltà canina, afferma che il primo racconto è in realtà la storia della vera caduta della civiltà dell’Uomo. A suo avviso il racconto, come lo conosciamo oggi, può essere il pallido riflesso giunto fino a noi di una storia ben più vasta, di un’epopea gigantesca che, un tempo, doveva essere stata lunga quanto e più dell’intera leggenda che noi oggi possediamo. Non appare possibile, scrive Stecco, che un evento così grande quale il crollo di una poderosa civiltà meccanica sia stato condensato dai contemporanei della storia in limiti angusti come quelli del racconto in oggetto. Ciò che ci è giunto, afferma lo studioso, è solo uno dei molti racconti che narravano l’intera storia, e probabilmente quello che ci è rimasto è solo uno dei racconti minori di questa grande epopea.

I

LA CITTÀ

Pa’ Stevens era seduto sullo sdraio, e mentre seguiva con lo sguardo la falciatrice al lavoro sentiva i raggi dolci del sole affondare gentili nel suo corpo, scaldargli le ossa. La falciatrice giunse al margine del prato, chiocciò come una gallina soddisfatta, eseguì una curva perfetta e ricominciò a falciare un’altra striscia di prato. La sacca che conteneva l’erba tagliata continuava a gonfiarsi.

D’un tratto la falciatrice si fermò e cominciò a ticchettare, irritata. Un pannello, sul suo fianco, si aprì di scatto, e un braccio simile a una piccola gru uscì dall’apertura, e scese verso il basso. Dita prensili d’acciaio pescarono tra l’erba, e risalirono, trionfanti, stringendo un sasso; lo calarono in una piccola cassetta, e sparirono nuovamente all’interno del pannello. La falciatrice gorgogliò, e ricominciò a fare le fusa come un grosso gatto satollo, seguendo la striscia di prato.



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