
Pa’ grugnì, guardando con aria sospettosa la macchina.
«Un giorno o l’altro,» bofonchiò, «Quella miseria di un aggeggio si farà scappare uno stuzzicadenti, e si prenderà l’esaurimento nervoso.»
Abbassò lo sdraio e guardò in alto il cielo bagnato dal sole. Un elicottero scintillava altissimo. Da un punto imprecisato della casa giunse un insopportabile miagolio musicale. Qualcuno aveva acceso la radio. Pa’, ascoltando la musica, rabbrividì e sprofondò ancor più nello sdraio.
Era Charlie, che si preparava a una di quelle prove di contorsionismo che chiamava ballo. Miseria d’un ragazzo.
La falciatrice gli passò accanto, chiocciando allegramente, e Pa’ le lanciò un’occhiata maliziosa.
«Automatica» disse, guardando il cielo. «Adesso tutti i maledetti congegni sono automatici. Adesso ti basta guardare una macchina e dirle qualcosa all’orecchio e lei si ammazza per fare tutto il lavoro.»
La voce di sua figlia che gridava per sovrastare l’infernale frastuono della radio, lo chiamò dalla finestra.
«Babbo!»
Pa’ si agitò, inquieto.
«Babbo, per favore, spostati quando la falciatrice ti passa vicino. Non cercare di dimostrarti più cocciuto di lei. Dopotutto è soltanto una macchina. L’ultima volta sei rimasto seduto, e l’hai costretta a girarti intorno. Non capisco che gusto ci provi.»
Non rispose, mosse soltanto leggermente il capo, sperando che sua figlia pensasse che lui era addormentato, e lo lasciasse in pace.
«Papà.» gridò lei, «Mi hai sentito?»
Capì che non serviva a niente.
«Sicuro, sicuro, ti ho sentita,» brontolò. «Mi stavo proprio per alzare.»
Si alzò in piedi, lentamente, appoggiandosi pesantemente al bastone. Così si sarebbe pentita del modo in cui lo trattava, vedendo come era diventato vecchio e debole; però doveva fare attenzione. Se lei si fosse accorta che avrebbe potuto fare benissimo a meno del bastone, gli avrebbe subito trovato un’infinità di lavori da fare e, d’altro canto, se si appoggiava troppo al bastone Betty avrebbe mandato di nuovo ad affliggerlo quello stupido dottore.
