Con la torta di ananas mia madre mi stava mettendo con le spalle al muro.

Il mio criceto, Rex, dormiva nella sua lattina di zuppa, dentro la gabbietta sul piano della cucina. Diedi un paio di colpetti sul lato della gabbietta e gli dissi ciao, ma Rex non si mosse. Probabilmente stava recuperando il sonno dopo una dura nottata passata a correre sulla ruota.

Mi chiesi se fosse il caso di chiamare Morelli e decisi di no. L’ultima volta che gli avevo parlato era finita a suon di urli. Dopo aver passato il pomeriggio con la signora Ricci non avevo la forza di urlare a Morelli.

Mi trascinai in camera e mi lasciai cadere sul letto a ragionare. Ragionare assomiglia molto spesso a dormicchiare, anche se l’intento è diverso. Ero nel bel mezzo di uno di questi profondi ragionamenti quando squillò il telefono. Quando finalmente riuscii a emergere da quelle serie riflessioni non c’era più nessuno all’altro capo del telefono, solo un nuovo messaggio da parte del Luna.

«Uffa» diceva. Tutto lì. Nient’altro.

È risaputo che il Luna fa esperimenti con sostanze farmaceutiche che generalmente non portano a niente di buono. Di norma, la cosa migliore è ignorarlo.

Infilai la testa nel frigorifero e trovai un barattolo di olive, qualche foglia di lattuga mezza marcia, una bottìglia di birra sola soletta e un’arancia con una muffa bluastra. Niente torta rovesciata di ananas.

Ce n’era una che mi aspettava a pochi chilometri da lì, a casa dei miei. Controllai la cinta dei miei Levi’s. Non c’era spazio. Forse non avevo poi così bisogno della torta.

Bevvi la birra e mangiai qualche oliva. Niente male, ma non era il dolce di mia madre. Feci un sospiro di rassegnazione. Stavo per capitolare. Volevo la torta.


Mia madre e mia nonna erano sulla soglia quando accostai al marciapiede davanti a casa loro.



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