
Aprii con cautela la porta di casa di Eddie ed entrai nell’atrio. «Signor DeChooch?»
«Andate via.»
La voce proveniva dal soggiorno sulla mia destra. Le tende erano tirate e la stanza era buia. Strizzai gli occhi in direzione della voce.
«Sono Stephanie Plum, signor DeChooch. Non si è presentato in tribunale. Vinnie è preoccupato per lei.»
«Non ci vado in tribunale» rispose DeChooch. «Non vado da nessuna parte.»
Feci qualche altro passo avanti nella stanza e vidi che era seduto su una sedia in un angolo. Era un ometto asciutto con i capelli bianchi e arruffati. Indossava una maglietta intima, un paio di boxer e calzini neri con scarpe nere.
«Perché ha su le scarpe?» chiese Lula.
DeChooch guardò giù. «Sentivo freddo ai piedi.»
«Che ne dice di finire di vestirsi e poi la accompagniamo a fissare un’altra udienza?» dissi.
«Cos’è, sei sorda? Ti ho detto che non vado da nessuna parte. Guardami. Sono in depressione.»
«Forse è in depressione perché non ha addosso i pantaloni» disse Lula. «Io mi sentirei di sicuro meglio se non fossi costretta a vedere il suo coso che le penzola dai boxer.»
«Voi non sapete un bel niente» disse DeChooch. «Non sapete come ci si sente a essere vecchi e a non poter fare più niente.»
«Già, non potrei proprio saperlo» rispose Lula.
Quello in cui Lula e io eravamo esperte, invece, era sentirsi giovani e fare tutto per il verso sbagliato. Lula e io non facevamo mai niente per il verso giusto.
«Cos’hai addosso?» mi chiese DeChooch. «Cristo, è un giubbotto antiproiettile? Adesso sì che mi offendo, cazzo. È come dire che non sono abbastanza bravo da spararti in testa.»
«Ha solo pensato che visto che lei ha fatto fuori quell’asse da stiro, magari non sarebbe stata una cattiva idea prendere qualche precauzione in più» disse Lula.
