«Ti avverto, è meglio che la pianti!» minacciò la macchina.

«Ti dà perfino un ’avvertimento’, guarda un po’» osservò Klapaucius seccamente. «Non solo è permalosa, poco intelligente e ostinata, ma si permette di rimbeccare. Credimi, con una tale somma di caratteristiche negative, potresti farle fare ogni sorta di cose!»

«Per esempio?» chiese Trurl.

«Be’, difficile dirlo su due piedi. Potresti metterla in mostra in un circo, e far pagare il biglietto per vederla: la gente accorrerebbe a frotte, per rimirare la più stupida macchina pensante mai esistita… quanti piani ha, otto? Davvero, come si potrebbe immaginare un imbecillone più grosso di questo? Esibendo la macchina, non soltanto ti rifaresti delle spese vive, ma anche…»

«Basta, non intendo esibire niente!» disse Trurl. Si alzò e, irrefrenabile, sferrò un ulteriore calcio alla macchina. «Con questo, siamo già al terzo avvertimento» lo ammonì lei.

«Cosa?» fece Trurl, infuriato per il tono prepotente usato dalla sua creazione. «Tu… tu…» incapace di esprimere a parole la sua collera, le mollò una serie di pedate, in rapida successione, gridando: «Sai solo farti prendere a calci, te ne rendi conto?»

«Mi hai insultata per la quarta, quinta, sesta, e ottava volta» disse la macchina. «Perciò mi rifiuto di rispondere ancora a domande di carattere matematico».

«Si rifiuta! Hai sentito cosa ha detto?» gridò Trurl, ormai completamente esasperato. «E dopo il sei viene l’otto — l’hai notato, Klapaucius? — non il sette, ma l’otto! E quello è il tipo di matematica che Sua Altezza si rifiuta di eseguire! Prendi questo! E questo! E questo! O ne vuoi ancora?»

La macchina fremette, si scrollò tutta e — senza fare parola — cercò di divincolarsi dalle fondamenta. Queste erano molto profonde, e le centine cominciarono a piegarsi, ma alla fine si staccò, lasciando dietro di sé grossi blocchi di cemento spezzati, con i tondini di ferro che sporgevano, e si lanciò contro Trurl e Klapaucius come uria fortezza mobile.



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