
Si sedette ai piedi della macchina e non si mosse finché non venne a trovarlo Klapaucius, che subito s’informò di cosa gli fosse successo, perché Trurl aveva l’aria di chi è appena ritornato da un funerale.
Trurl cercò di spiegare brevemente il problema; lo stesso Klapaucius non mancò d’infilarsi all’interno del congegno un paio di volte, cercò di mettere a posto questo e quello, poi chiese alla macchina la somma di due più uno, che risultò essere sei. Inoltre, secondo la macchina, uno più uno faceva zero.
Klapaucius si grattò la testa e si schiarì la gola.
«Amico mio» disse a Trurl «devi semplicemente affrontare la realtà. Ormai è chiaro: questa non potrà mai essere la macchina che intendevi costruire. Tuttavia, consolati pensando che ogni cosa ha il suo lato positivo, e che perciò anch’essa lo avrà».
«Che lato positivo?» mugugnò Trurl, sferrando un calcio alla base su cui sedeva.
«Cerchiamo di piantarla» intervenne la macchina. «Mmm, è anche permalosa» commentò Klapaucius. «Ma dove eravamo? Ah, ecco. Non ci sono dubbi, qui abbiamo una macchina stupida, ma non di una stupidità banale, di tutti i giorni, oh, no! Questa è, a quanto mi risulta — e sai che di queste cose ho una certa esperienza — la più stupida macchina pensante che sia mai esistita al mondo, e non si tratta di una cosa trascurabile.
«Costruire intenzionalmente una macchina come questa sarebbe tutt’altro che facile; anzi, a dire il vero, penso che nessuno ne sarebbe in grado. Infatti la tua creazione non è soltanto stupida, ma anche ostinata come un mulo, ovvero ha una personalità assai comune tra gli idioti, che — è noto — in genere sono straordinariamente ostinati».
«Che razza di impiego vuoi che si possa trovare, per una macchina come questa?» chiese Trurl, e le mollò un altro calcio.
